Tra Sogni e Bisogni

Tra Sogni e Bisogni

In attesa di ragionare sul destino di Pioltello 2011, come proposto da Giuseppe, inizio ad impiegare questo spazio come luogo di confronto mediatico sui temi del Consiglio Comunale, senza entrare nei tecnicismi ma tentando di approcciare il merito ed abbozzare un metodo con cui affrontare le questioni che emergono.

Fedele all’attenzione al linguaggio che è sempre stata propria di questo sito – fino alla maniacale attenzione con cui abbiamo ragionato su specifici termini calati poi nel programma elettorale (ed ora di governo) – approccio questa prima riflessione distinguendo tra “SOGNI” e “BISOGNI” e sulla dialettica feroce con cui questi concetti si scontrano, si allontanano e si avvicinano, tirati come un elastico da una politica sempre più incerta e disposta a deformare dichiarazioni e azioni in nome di interessi sempre meno definiti e sempre meno diffusi.

Parto da questo tema perché il Consiglio Comunale del 30 giugno, in cui si discutevano le linee programmatiche, è stato per certi versi, il Consiglio dei sogni, cioè il momento in cui si doveva ragionare sugli ideali che sottendono il progetto di città da perseguire, considerando il progetto stesso come fine e la sua realizzabilità in virtù della coerenza tra fine, risorse, mezzi e metodi. Discussione in realtà un po’ incompiuta, per il fatto che questo strumento delle linee programmatiche, per chi governa diventa una fastidiosa e poco utile appendice burocratica al faticoso lavoro di stesura del programma elettorale-amministrativo, mentre per chi sta all’opposizione rischia di diventare una specie di “tempo di recupero” rispetto ad utili discussioni di merito che si potevano fare in campagna elettorale, invece di perdersi dietro a slogan e maquillage.

Ho cercato in Consiglio Comunale di fare capire come la scrittura del programma sia stata un bel momento di passione politica condivisa e che per quel motivo, conscio di quel lavoro e del metodo seguito, tanto mi bastava, per non arroccarmi nel tecnicismo (preteso o disatteso) delle linee programmatiche e lasciando invece che si ragionasse sugli ideali e sul futuro, in quella che io chiamo dimensione dei sogni, lecita all’inizio di un cammino politico e necessaria per non spegnersi nel grigiume amministrativo. Se così non fosse, molti della Lista per Pioltello non spenderebbero il loro tempo a fare politica. Il sogno è una dimensione lecita, proporzionata secondo vari fattori al bisogno, e potremmo azzardare che la speranza non sia altro che il fattore di proporzionalità tra sogni e bisogni.

I prossimi Consigli Comunali saranno, dunque ed invece, quelli dei bisogni, di cui si deve iniziare a parlare, perché una logica feroce e tutta umana lega i bisogni al denaro e questa logica diviene ancora più spietatamemte arroventatrice di estati e discussioni, dato che il Governo Centrale inopinatamente come tutti gli anni ha pensato bene di impoverire le tasche dei Comuni e costringerci a giocare con il pallottoliere.

Così la politica smette di essere sogno e diventa unicamente regolamentazione del bisogno, cioè ridimensionamento dei servizi o svendita del territorio per mantenerli. In entrambi i casi, uccisione della speranza, perché si rimpiccioliscono gli spazi di crescita e di espressione dei piccoli e degli sfortunati, martoriandone le speranze e ridimensionandone dunque i sogni, e perché si cancella per tutti, abbienti e non, la possibilità di gestire i beni comuni, territorio e risorse di qualunque genere, immobili, intangibili, naturali. Anche questa è uccisione di futuro, ridimensionamento di speranza, cancellazione dei sogni. In poche parole, cancellazione della politica.

Dall’euforia elettorale dobbiamo passare subito al pallottoliere? Sembra quasi di passare, dopo l’innamoramento, alle pratiche legali di un divorzio, e sinceramente divorziare dalla politica solo perché viene imposto dalle manovre di chi vuole assoggettarci ad una visione del mondo privatistica ed affaristica, non mi sembra il caso.

Alla Lista per Pioltello non sembra il caso che la politica locale debba mettersi a giocare con il pallottoliere sulla vita delle persone, perché le biglie del pallottoliere si chiamano bisogni, speranze e sogni. Se vado a rivivere il lavoro di scrittura del programma elettorale e a rileggerne i contenuti, mi sembra evidente che fossimo premonitori e perentori nel chiedere – e nel chiedere a noi stessi – un cambiamento di rotta, culturale prima ancora che politico-amministrativo, nella direzione della sobrietà. La sobrietà come misura delle cose può essere davvero l’unico criterio con cui tentare di fronteggiare lo scellerato attacco che lo stato sociale sta subendo, perpetrato dalla peggiore classe politica che si sia vista nel dopoguerra.

Solo la sobrietà permette di recuperare una visione del mondo che superi questo stato o di cose e di barbarie culturale; la sobrietà come misura delle cose è l’unica via per fare una nuova e veramente umana classificazione dei bisogni, da cui fare scaturire sogni autentici e non il miraggio di denaro lustrini e paillettes propugnato da decenni di berlusconismo. Solo così potremo ridare dignità alle speranze. Che da Pioltello parta una simile rivoluzione è utopico, ma certamente non mi piace nemmeno pensarmi in Consiglio Comunale a dovermi sciroppare interminabili discussioni su atti politici ignobili che la logica del Patto di Stabilità sottintende come logica soluzione finale, cioè la dissoluzione neoliberista dello stato sociale che le moderne democrazie hanno costruito dalla Rivoluzione Francese in poi. Cosa fare? Teniamo duro, cerchiamo di applicare criteri di sobrietà e individuiamo e bisogni veri e la direzione culturale giusta, cercando di sopravvivere fino a che arrivino tempi migliori. Altrimenti, tanto vale che i Comuni chiudano i battenti, se è così che si vuole colà dove si puote.

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  1. Ciao Gianluca,
    anzitutto grazie per avere avuto il coraggio di pubblicare questo post.

    Io non credo che la politica debba smettere di essere sogno per diventare unicamente regolamentazione del bisogno sarebbe orribile e poi a cosa sarebbe servito avere messo tanta passione nel scrivere il programma ….
    Al momento delle scelte su cosa svendere per mantenere i servizi e restare nel patto di stabilità la sobrietà è più che mai di attualità e confido nell’intelligenza del centro sinistra per distinguere l’essenziale e l’indispensabile senza dovere dire il contrario delle promesse che vanno mantenute.

    “ Il futuro è l’unico tipo di proprietà che i padroni concedono liberamente agli schiavi” Albert Camus

  2. Ciao Paul, grazie per il tuo commento. Un anno fa pensavamo ai progetti e ci ritroveremo tra poco a pensare come tappare le buche…
    Sempre in tema di sacrifici verso cui scelleratamente la politica nazionale vuole fare derivare le comunità locali, ti segnalo un interessantissimo articolo di Guglielmo Ragozzino, apparso su “Il manifesto” il 14 luglio e ripreso come sempre dal validissimo Eddyburg, a cui frequentemente ci ispiriamo. Si mette bene in evidenza, complice un gigantesco concorso di colpa di buona parte della classe politica di governo e di opposizione, la volontà di costringere o indurre gli amministratori locali a privare i loro cittadini dei beni comuni per sanare l’appetito sempre più vorace dei poteri finanziari.
    Virgoletto un solo passaggio e rimando in coda al link per la lettura completa a mezzo Eddyburg.

    “…gli enti locali saranno spinti a vendere «attraverso un sistema di incentivi e disincentivi». Detto altrimenti, chi si adegua e vende i beni comunali riceverà i contributi dello stato, che mancheranno invece ai sindaci riottosi.
    E’ facile notare che un simile comando è tipico di uno stato centralista che vuole eliminare ogni forma di autonomia locale. La misura riporta l’intero quadro politico indietro di decine di anni, agli albori della prima repubblica, con buona pace del federalismo proclamato ogni due giorni. Un secondo aspetto è che lo stato centrale – il governo di concerto con l’opposizione – in questo modo di fatto s’impadronisce di beni e attività che non sono suoi, privandone i comuni e gli abitanti. Sono beni comuni che lo stato, con il ricatto, costringe a vendere, per contenere i propri debiti, impietosire la finanza internazionale e mostrare la propria modernità …”

    tratto da http://www.eddyburg.it/index.php/article/articleview/17312/0/397/

    Gianluca

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