Fino a qualche anno (mese?) fa, parlare di “Pioltello città agricola” avrebbe fatto sorridere se non peggio. Ma da quando nella bozza del PGT (Piano di Governo del Territorio) si è inserito il progetto di un grande Parco Agricolo pubblico dentro l’area del Parco delle Cascine, ecco che associare la nostra città alla attività agricola non suona più così strano, considerando che il 40% del nostro territorio è tuttora dedicato alla agricoltura (come ricordato dal recentissimo Rapporto Ambientale su Pioltello).
Come stimolo alla discussione al Programma Amministrativo in formazione su Pioltello 2011, ecco alcune riflessioni sollecitate dalla lettura estiva dal libro “Terra Madre” di Carlo Petrini (il fondatore di Slow Food), disponibile presso la biblioteca comunale e che mi sembrano particolarmente adatte al nostro contesto. In corsivo il testo e a seguire i miei commenti.
1. “Ci sono gruppi di acquisto (i GAS in Italia, gli AMAP in Francia …) che stringono una alleanza con i contadini e, attraverso diverse forme di pagamento (anticipato su tutta la produzione oppure tramite un abbonamento pagato alla consegna settimanale della cassetta di verdura) assicurano una alleanza che, scavalcando il mercato, è in grado di garantire un adeguato introito ai coltivatori ma anche sane forniture di frutta, verdura, carne, uova, formaggi e persino fiori di stagione, a dei consumatori che diventano in questo modo co-produttori … (formando) una comunità del cibo di cittadini e contadini che cominciano a conoscersi, stringono amicizie, educano i propri figli, si assicurano il rispetto di ecologia, economia e cultura, nonché di sane relazioni umane.”
Se condiviamo questo approccio, perché allora non impostare il futuro Parco Agricolo pubblico nel Parco delle Cascine non solo come un’area “verde” e respirabile, ma anche come l’Orto di Pioltello, non banalmente affittato ad un operatore agricolo che lo tenga in ordine ma con una compartecipazione dei cittadini nella scelta di cosa produrre, cioè co-produttori nel senso indicato da Petrini? Ad esempio, riservando / privilegiando l’acquisto del cibo prodotto nel Parco ai cittadini pioltellesi a condizioni favorevoli, ad esempio definendo con assemblea pubblica annuale (dei cittadini partecipanti) le priorità di coltivazione, ad esempio riservando una postazione privilegiata del “nostro” Orto nel mercato settimanale.
2. “Piantare un orto, anche piccolo, perfino sul tetto di un palazzo o su una terrazza, ha un alto valore simbolico: significa riappropriarsi del cibo, della sua produzione, dei ritmi della natura. Ci sono comunità di agricoltura urbana (…) in cui i pensionati si prodigano per insegnare ai bambini i fondamenti dell’ortocoltura.”
Credo che questa sollecitazione di Petrini possa essere raccolta pensando a quella forte realtà pioltellese che sono gli orti sociali, assegnati dal Comune agli anziani. Finora questo strumento è stato concepito come una forma di hobby personale e di aggregazione tra anziani. Perché non allargare questo obiettivo al dialogo intergenerazionale e alla educazione alla coltivazione, prevedendo nel contratto di assegnazione degli orti momenti di visita guidata e di “piccolo apprendistato” delle scuole presso gli orti sociali, e di scuola di orticoltura aperta a tutti i cittadini che vogliano cimentarsi a coltivare qualcosa sul proprio terrazzo o orto urbano?

3. Slow Food e Università degli Studi hanno creato un progetto molto articolato che in previsione dell’Expo 2015 vuole ridefinire radicalmente il rapporto tra città e agricoltura periurbana. Milano ha una risorsa incredibile, il suo Parco Agricolo Sud (… ma) l’agricoltura della zona non è a servizio della città. (…) Inoltre il terrritorio agricolo periurbano è sottoposto a forti spinte verso la cementificazione. (…) Il Parco può essere il monumento territoriale per celebrare e rappresentare l’Expo come la Torre Eiffel lo fu per Parigi.”
L’attuale Amministrazione intende “sfruttare” i finanziamenti dell’Expo per la sistemazione della Cascina Bareggiate. C’è il rischio che l’Expo diventi l’occasione per espellere verso l’hinterland “funzioni” non più gradite alla metropoli. Perché invece non analizziamo progetti come quello di Slow Food e Università per vedere se le nostre aree agricole possano contribuire e riceverne in cambio idee e magari finanziamenti?
PS Io sono cresciuto in una casa degli anni ’50 in centro Pioltello con l’orto sostituito parzialmente nel tempo dal garage, in una via trafficatissima (via Sauro) in cui c’era – e parzialmente c’è ancora – una stalla con le vacche.